c Antichi mestieri del Salento: il Fabbro - Melendugno to you

Sotto il nome dialettale di “ferraru” s’indicavano numerosi mestieri, tutti gli artigiani che lavoravano i ferramenti. A parte il maniscalco (vern. ferracavaddhri), richiestissimo da agricoltori e non, erano riconosciuti così categorie eterogenee come il fabbro ferraio, coltellinaio, il magnano e il battitore di ferro.

Il fabbro Paolino

Il fabbro Paolino

Fatica, astuzia, creatività, sacrifici e tanto sudore. Erano queste le qualità richieste per un buon fabbro. Per imparare il mestiere, come spesso succede nell’artigianato, ci volevano anni ed anni con un maestro (mesciu) più anziano.

Con il tempo, acquisita manualità, concentrazione e impegno assiduo, l’allievo si misurava con il maestro e cominciava ad eseguire lavori in libertà.

Il battesimo del garzone si concretizzava nell’avvenuta e maturata consapevolezza e maestria nell’uso di forgia, incudine e martello (dialetto forgia, ncutine e martieddhru).

La materia prima del fabbro erano le barre di ferro, di varie dimensioni. Per la lavorazione, concretizzata sotto il fuoco di carboni tenuto vivo con un mantice, si usavano, oltre ai summenzionati tre attrezzi principali del mestiere, tenaglie, stagno e martelletti.

Ma cosa producevano principalmente “li mesci ferrari”?

Il fabbro Paolino

Il fabbro Paolino

Gli oggetti che venivano maggiormente richiesti erano i cerchi per le botti, le parti metalliche di traini e carrozze, attrezzi per l’agricoltura (con riguardo particolare alle lame: falci, forbici da pota, coltelli), attrezzi per lo scavo e per l’edilizia, utensili domestici, centruni (enormi chiodi usati come ganci); c’erano poi i lavori più di fino, quelli propri del magnano, che venivano preparati dal fabbro: chiavi e serrature, cerniere e cardini; per questi oggetti più piccoli si riutilizzavano ferri più grandi inservibili.

Il fabbro produceva anche cancelli ed inferriate, che talvolta erano costituiti da semplici sbarre incrociate e saldate, ed abbastanza spesso si arricchivano con curve e applicazioni che conferivano eleganza, leggiadria, solennità oppure riproducevano gli elementi fondanti dell’abitazione o della famiglia.

Il fabbro Melendugno

Il fabbro Melendugno

Il lavoro quotidiano del fabbro raccoglie qualcosa di quasi mistico. Mentre “li mesci” forgiavano il ferro, convergevano in quell’operato quattro elementi fondamentali del pianeta: la terra da cui il metallo veniva tratto, il fuoco che serviva a plasmarlo secondo il volere dell’uomo, l’aria che raffreddava, quasi acquietando, il tutto, e l’acqua che temprava.

I ragazzi che si avvicinavano al mestiere conservavano sempre una certa reverenza nei confronti del maestro, solitamente una persona burbera che non parlava, lavorava duro ed era attento a rimproverare chi commetteva errori durante la lavorazione.

L’operato quotidiano del fabbro nascondeva spesso quelli che oggi vengono definiti segreti aziendali. Di giorno, il maestro eseguiva soltanto lavorazioni che gli allievi potevano guardare, lasciando di notte le più segrete.

Ma quali erano? La tempera del ferro su tutte. Questo procedimento consiste brevemente nel mettere il ferro nell’acqua e batterlo. Una cosa semplicissima, elementare, direste voi. Nulla di più sbagliato. La tempera è un’arte.

Bisogna conoscere il materiale, impostare la temperatura giusta della forgia e dell’acqua, mantenendole entrambe a livelli sufficienti, e i tempi di cottura e raffreddamento, fondamentali per migliorare le caratteristiche di durezza del ferro e dell’acciaio.

Il fabbro Melendugno

Il fabbro Melendugno

Si può già immaginare: il lavoro del fabbro era un compito duro. Nelle botteghe non c’era orologio e l’unico obiettivo era inseguire quel misto di orgoglio e soddisfazione che si provava ad ogni compito finito. Non si può spiegare altrimenti la sensazione che prova chi plasma, crea o inventa qualcosa.

Un mestiere antico simile al fabbro era “lu ramaru”. Partendo da lastre di rame rosso o argento, a seconda della composizione, di latta e di ottone, il ramaru fabbricava quatare (caldaie) e quatareddhe, fessure (calderotti) e padelle, nonché recipienti per l’acqua (menze, le brocche da circa dieci litri e ndacqualore, gli innaffiatoi). Un prodotto particolare del ramaru era il rivestimento metallico all’interno delle bare.

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