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MelendugnoToYou – Itinerario costruzioni tradizionali

Itinerario alla scoperta delle costruzioni tradizionali nel territorio di Melendugno

A Melendugno sono presenti incredibili tracce costruttive della tradizione rurale che la popolazione ha integrato bene nello splendido paesaggio circostante, simbolo di un legame speciale con il territorio che si è protratto per secoli. Il riferimento è ai trulli, alle masserie, alle case a corte e ai frantoi ipogei che seppur aventi funzioni differenti tra loro, sono elementi fondamentali di una rete produttiva funzionale al lavoro agricolo nelle campagne. Scopriamo insieme le caratteristiche di queste strutture e dove è possibile trovarle.

 

 

1. Muri a secco: una tradizione che arriva sino ad oggi

Prima di iniziare questo percorso non possiamo non parlare di ciò che è ammirato anche come elemento a sé stante, in quanto riconoscibile e identitario per tutto il salento: il muretto a secco.

Più basso e meno spesso di un muro difensivo, svolge la funzione tradizionale di delimitare una porzione di terreno agricolo, ma oggi, sia per valorizzare la tecnica sia per moda, viene reinterpretato in chiave moderna per la recinzione di agriturismi o abitazioni private per conferire un aspetto rustico che ben si integra con l’ambiente rurale in cui spesso sorgono. Un metodo che si è affinato sempre più sino allo sviluppo di una tecnica che è diventata una vera e propria arte.

In origine sono stati costruiti soprattutto per un altro aspetto pratico che era quello di trovare una soluzione di reimpiego all’enorme ammasso di materiale roccioso di risulta ottenuto dallo sbancamento dei terreni da destinare alla coltivazione.

Infatti, esisteva ed era più diffusa la piccola proprietà rispetto al grande latifondo per cui ciascun contadino stabiliva i limiti con il proprio muretto.

S.P. 297 - Melendugno / Torre dell'Orso

S.P. 297 – Melendugno / Torre dell’Orso

In qualità di strutture ormai molto comuni, c’è solo l’imbarazzo della scelta per individuare i luoghi specifici in cui ammirarli, anzi si può dire che sia alquanto difficile non imbattersi nei muretti una volta usciti in escursione.

Basterebbe andare in una qualsiasi campagna appena fuori dai centri abitati, che siate a Melendugno, a Borgagne o nelle marine. Ma anche se foste in auto diretti verso mare, percorrendo ad esempio la provinciale Melendugno – Torre dell’Orso, ve li ritrovereste lungo i margini della strada ad accompagnarvi per quasi tutto il tragitto.

Scopri le altre costruzioni in muratura a secco tipiche del Salento diffuse in antichità

2. Furnieddhri o Pajare: i nostri trulli e nuraghi

Le pajare salentine sono strutture affascinanti spesso rinvenibili isolate a “guardia” di estesi fondi coltivabili. Costruite rigorosamente a secco, hanno forme e sembianze riconducibili ai famosi trulli di Alberobello ma, a differenza di questi ultimi, derivano da sistemi costruttivi messapici che anzi somigliano di più ai nuraghi sardi di tradizione fenicia o alle strutture rinvenibili nell’isola di Malta; inoltre non si concentrano raggruppate nella medesima località, piuttosto sono sparse in tutto il territorio.

PajaroI contadini le costruivano per necessità di disporre di un riparo, per trovare refrigerio dal caldo eccessivo, oppure per avere un deposito temporaneo di parte del raccolto o degli attrezzi di lavoro. In alcuni periodi dell’anno, in cui il lavoro si faceva più continuo ed intenso, questi ambienti potevano essere utilizzati come abitazione alternativa della famiglia contadina, laddove non vi fosse la possibilità di disporre di una masseria.

Tradizionalmente, infatti, la presenza di una pajara è riferibile al possedimento di un medio piccolo fondo privato gestito direttamente da una famiglia contadina; al contrario, la presenza di una masseria è indicativa di un luogo destinato al latifondo appartenente ad un grande proprietario terriero, un feudatario alle cui dipendenze lavoravano altri braccianti sotto la guida di un capo-massaro.

Ecco spiegato dunque il motivo della loro diffusione sul territorio e, anche in questo caso, come per i muretti a secco è superfluo indicare i punti precisi in cui trovarle perché si trovano in quasi tutte le campagne dei dintorni. Ma poiché spesso si tratta di strutture di dimensioni modeste, è più opportuno indicare quelli più simbolici e imponenti.

Il pajarone di Melendugno: "Furnieddhu Cranne"

Il pajarone di Melendugno: “Furnieddhu Cranne”

A titolo esemplificativo indichiamo il cosiddetto Furnieddhu Cranne” che si trova nei pressi della Abbazia di San Niceta, fuori dall’abitato di Melendugno. Per la sua ubicazione suggestiva e per la sua dimensione, è entrato nella memoria dei melendugnesi che si recavano spesso in escursione per trascorrere un po’ di tempo libero, diventandone un riferimento. La costruzione è di forma tronco-conica a pianta circolare, ha una base rinforzata ed è fornito di una scaletta esterna che porta sulla sommità.

Scopri alcune “pajare strane” a Borgagne in questo itinerario

3. Masserie

Tipiche di un passato dalla quotidianità rurale e agricola, le antiche masserie popolano densamente l’entroterra di Melendugno ma non ne sono esclusive: si tratta infatti di edifici presenti non solo in tutto il Salento ma anche nell’intera Puglia. Costruite numerose e in posizione ravvicinata a pochi chilometri l’una dall’altra, qui pullulano tanto da poterne scorgere qualcuna semplicemente voltando lo sguardo pur risultando perfettamente integrate e a volte quasi mimetizzate nell’ambiente circostante. Si tratta inoltre di strutture che stanno tornando in auge dal punto di vista dell’accoglienza turistica anche grazie agli interventi di restauro atti a favorire lo sviluppo dell’agriturismo nel territorio valorizzandone i prodotti tipici, le tradizioni e la cultura locali.

Generalmente costruite su due piani, disponevano in quello superiore di appartamenti riservati al proprietario del latifondo e alla sua famiglia, mentre tutte le pertinenze di quello inferiore, compreso il cortile, erano interamente dedicate al lavoro e frequentate dai braccianti e dal capo massaro. Per servire il signore feudatario o per esigenze difensive, poteva accadere che i contadini, che vivevano nell’agro di Melendugno o lungo la costa e abitavano in piccoli casali autosufficienti al sostentamento della piccola famiglia, si trasferissero attorno a questi edifici più grandi spesso dotati di mura di recinzione, talvolta fortificate, e di ambienti destinati al deposito del raccolto o all’allevamento.

A partire dal ‘500, periodo politicamente turbolento per il salento a causa di guerre e invasioni, il fenomeno di aggregazione attorno alle masserie si è accentuato poiché queste davano una protezione temporanea alla popolazione in caso di assedio: l’inserimento di elementi difensivi come le caditoie sulle mura, l’utilizzo di ponti levatoi e l’eventuale presenza di guarnigioni militari rendevano queste costruzioni delle piccole fortezze da usare come avamposto.

Scopri alcune delle masserie fortificate presenti a Melendugno in questo itinerario

4. Case a corte

Nei centri storici di Melendugno e di Borgagne sono presenti numerosi esempi di queste costruzioni, alcune delle quali perfettamente recuperate. La peculiare struttura edilizia consiste in un susseguirsi di abitazioni che si affacciano su un cortile di forma regolare che si apre verso la strada attraverso un grande portale d’ingresso solitamente ad arco. Per il modo in cui sono concepite, lo spiazzo diventava sia luogo di lavoro sia di incontro così che si creava un forte legame tra i “vicini di casa”; spesso però gli abitanti erano già abbastanza uniti in partenza, infatti queste case erano popolate da corposi nuclei familiari imparentati e poi tramandate tra i discendenti.

In un’epoca in cui la società era prevalentemente contadina, queste strutture sorgono principalmente per esigenze di risparmio economico, infatti erano semplici da costruire ed inoltre, unendo i servizi e realizzando ambienti messi in comune, come il cortile e l’orto, si abbattevano i costi. Nel cortile, lasciato aperto grazie al clima mite, trovavano posto il pozzo-cisterna, i granai, le scale di accesso al tetto (o al mignano) e gli strumenti di lavoro condivisi. La corte diventava il luogo di ritrovo e socializzazione degli abitanti del nucleo abitativo.

Un vano apposito, il cosiddetto samportu, poteva essere costruito in aggiunta tra il cortile e la strada per ospitare un animale da trasporto e il relativo carro o usarlo come deposito. Per la particolare disposizione delle case e della corte, l’intero complesso edilizio si ritrova ad essere chiuso ai lati e per questo forniva anche una sorta di protezione in funzione difensiva; inoltre la presenza di tutti i servizi di sostentamento e di viveri in quantità permetteva di resistere anche ad assedi prolungati.

Trova le case a corte del territorio comunale negli itinerari di Borgagne e di Melendugno.

5. Frantoi ipogei

La realizzazione dei frantoi ipogei ha radici antiche tanto che nella nostra area questa tradizione risale all’epoca romana. La necessità di costruire un frantoio sottoterra era dettata da motivi economici perché era più facile scavare nella roccia che costruire un nuovo edificio fuori-terra; l’ambiente ipogeo inoltre evitava sbalzi di temperatura che potevano inficiare la conservazione delle olive e dell’olio prodotto.

Il frantoiano nell’itinerario mestieri antichi

Il più importante frantoio ipogeo presente nel comune è a Borgagne, interamente recuperato e reso accessibile al di sotto del Palazzo Sciurti, in Via Lecce, alle porte del centro storico del borgo.

L’impianto originario della struttura sembra risalire al cinquecento, ma è solo tra il 1745 e il 1844 che iniziano ad essere documentate prima la presenza di più ambienti, tra cui uno seminterrato, e infine l’attività produttiva di olio; è per cui difficile datare con precisione l’epoca di realizzazione del frantoio.

Che il frantoio fosse preesistente e abbiano costruito dopo il palazzo al di sopra? O che i proprietari del palazzo abbiano deciso solo successivamente di scavare un piano inferiore? Un dato è certo: il frantoio è stato effettivamente scavato nella roccia sino ad una profondità di 2 metri, ma una parte di esso è al di sopra del livello stradale ed è stata costruita in muratura. Forse questi dati possono darci un’indicazione sulle fasi costruttive, lasciando intendere che frantoio e palazzo possano essere coevi, risultato di un’edificazione ideata così dal principio.

Per accedere all’ambiente ipogeo sono stati realizzati due ingressi, dei quali quello originario e più antico è sul lato nord. Il secondo ingresso è infatti molto recente, aperto nel 1970 sul lato sud in seguito alla divisione del frantoio con un muro interno tra due proprietari indipendenti. Il muro è stato poi demolito con i lavori di restauro.

All’interno il frantoio Sciurti si compone di tre ambienti principali, due dei quali in corrispondenza delle scale di accesso sono riservati al deposito temporaneo delle olive, mentre quello centrale di raccordo tra i due è il più ampio, destinato alle varie fasi di lavorazione delle olive e produzione dell’olio.

Qui trovano posto infatti la molazza in pietra, i torchi in metallo, le vasche in pietra (sciave) per depositare le olive da frangere e i silos-cisterna scavati nel terreno roccioso per conservare l’olio prodotto.

La presenza invece di presse idrauliche e di elementi meccanici a motore inseriti sulla molazza, sono segni evidenti di una evoluzione tecnologica di epoca recente finalizzata ad automatizzare il processo di molitura. In antichità infatti il sistema era a trazione animale.

A Melendugno invece è stata accertata la presenza di un frantoio ipogeo proprio alle spalle della Cappella dell’Immacolata. L’episodio della scoperta è recente, avvenuto nel 2015 durante i lavori di scavo per la rigenerazione urbana del centro storico.

Scopri di più sulla Cappella dell’Immacolata nell’Itinerario Architettonico

Del frantoio si conosceva già l’esistenza grazie alle testimonianze locali che si sono tramandate oralmente nel corso degli anni anche se non si sapeva dove fosse l’esatta ubicazione, probabilmente perché, quando il frantoio terminò la sua attività, venne ricoperto e interrato e se ne persero le tracce.

Attualmente non è possibile accedervi in quanto è allo studio con la Soprintendenza una strategia per lasciarlo visibile assecondando entrambe le esigenze, di tutela e di fruizione. Nell’attesa si è preferito ricoprire il sito con il basolato rimandando a successivi lavori di scavo lo sviluppo di un sistema di accesso per i visitatori.

Segnaliamo infine, sempre a Borgagne, la presenza di un antico frantoio ipogeo scavato nel terreno roccioso che, sia perché ora si trova all’interno di un fondo privato sia per la presenza di vegetazione che ne impedisce l’accesso, è difficile visitarlo.

Conosciuto nella comunità locale come il Trappeto Vecchio, è un frantoio storico posto sotto tutela ricavato in due grotte artificiali affiancate e denominato anche come Cripta di San Nicola. Al suo interno infatti, oltre ad alcuni resti delle molazze in pietra e a un caminetto, si trova sulla parete principale un prezioso affresco del XIV secolo in avanzato stato di degrado che rischia di scomparire raffigurante proprio San Nicola. Probabilmente i frantoiani utilizzavano la cripta di origine basiliana per praticare il loro culto senza lasciare il posto di lavoro così come facevano i carbonai in contrada San Biagio nella relativa chiesa.

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